Cosa è l’agricoltura biorigenerativa

Come utilizzare la biodiversità microbica nel suolo per la produzione agricola, per ottenere vegetali più sani ma anche più saporiti, a costi di produzione ridotti e con una tecnologia in grado di innescare un processo virtuoso di rigenerazione e fertilizzazione del suolo? Con l’agricoltura biorigenerativa, naturalmente

L’agricoltura biorigenerativa è un innovativo sistema produttivo agricolo biologico che ha come obiettivo l’incremento della fertilità e della capacità produttiva del sistema suolo-pianta, e il miglioramento del suolo e dell’ambiente, attraverso azioni di rigenerazione della microflora del terreno.

Più in generale, un approccio rigenerativo permette di indurre la microflora del suolo a produrre gli elementi nutritivi utili alle piante con modalità del tutto naturali, invece di apportare risorse chimiche dall’esterno.

La “rigenerazione” della microbiologia del suolo e il potenziamento della biodiversità microbica è infatti il cardine attorno a cui ruota questo diverso tipo di agricoltura: grazie alla flora microbica presente nel terreno e in particolare in prossimità delle radici (il cosiddetto microbiota) durante i processi di decomposizione vengono rilasciate sostanze utili alla crescita ed efficaci nel contrastare lo sviluppo di malattie ed infestazioni delle piante. Questo patrimonio biologico viene perduto a causa di lavorazioni eccessive ed utilizzo di molecole di sintesi. Ciò costituisce uno spreco di risorse ed un costo inutile. Obiettivo dell’attività di rigenerazione, invece, è riportare la biodiversità microbica nel suolo, per ricostruire un corretto equilibrio suolo-microbiota-pianta.

Le piante, nella concezione agronomica moderna sono viste e gestite come elementi passivi, oggetti a cui è necessario fornire tutto ciò di cui possano avere bisogno. Il suolo, allo stesso modo, è percepito come un substrato a cui la pianta si àncora, ma che di per sé non è in grado di alimentare autonomamente l’organismo biologico vegetale che intendiamo coltivare. Questo approccio nasce dall’idea che la pianta sia incapace di attuare meccanismi di difesa, di reperire autonomamente le risorse necessarie al proprio sostentamento e di relazionarsi con l’ambiente circostante. Ciò è semplicemente falso.

A differenza di quanto possiamo credere, le piante non sono in alcun modo degli esseri passivi, ma sono esseri viventi in grado di percepire ciò che accade intorno a loro e in grado di modificare l’ambiente in cui vivono. Le piante comunicano tra loro scambiandosi informazioni attraverso un network di ife fungine, tramite azioni di contatto con la popolazione che costituisce il microbiota del suolo, tramite segnali elettrici e l’emissione di sostanze chimiche. In caso di avversità adottanto tecniche di difesa, individuali o anche collettive, contro i propri antagonisti.

Dal punto di vista biologico una porzione di suolo può essere assimilata ad una porzione dell’intestino umano, anch’esso colonizzato da una microflora (il microbiota umano, appunto), che solo di recente si è iniziato a studiare, scoprendo come il suo ruolo e la sua funzionalità sia determinante per garantire il benessere e la salute dell’organismo umano. Gli spazi compresi tra i pori del terreno, in cui scorre la soluzione di acqua e nutrienti, sono colonizzati da grandi colonie di microflora batterica e fungina, che utilizzano le risorse disponibili per sopravvivere e proliferare, e che rilasciano nel suolo sostanze di scarto e sottoprodotti del loro metabolismo, direttamente assimilabili dalle piante che utilizzano questi metaboliti per nutrirsi.

Sfruttare questa importante risorsa significa superare il modello produttivo agronomico classico basato su un sistema di fertilizzazione “esogena”, potenziando invece la capacità di autonutrizione del suolo. Il risultato dell’applicazione di questi principi alla gestione agronomica delle colture da luogo ad un modello produttivo agronomico innovativo, basato sulla valorizzazione delle componenti microbiche del suolo, che permette di coltivare utilizzando pochissimi input di materie prime e che perciò può consentire approcci di coltivazione a basso costo e anche la valorizzazione economica di territori marginali.

@ 2019 Paolo M. Callioni, dottore agronomo

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