Paesaggio e Architettura Rurale  
Territorio e ambiente nelle aree rurali

DOCUMENTI & CONTRIBUTI

GARGANO - L’oasi agrumaria del parco: un binomio di cultura materiale e di cultura della natura

Nello Biscotti biscotti@aliceposta.it

PRIMA PARTE: Le caratteristiche
AGRUMI E GARGANO UN LEGAME INDISSOLUBILE

Un paesaggio storico
Quasi dieci secoli di storia. Gli agrumeti del Gargano, circoscritti in un'area di circa 800-1000 ettari compresi nei territori di Vico del Gargano, Rodi ed Ischitella, costituiscono ancora oggi un caratteristico tassello dei paesaggi agrari storici dell'Italia agricola. Una piccola oasi verde-cupo costruita in un angolo del roccioso promontorio garganico. Uno straordinario esempio di come esigue risorse ambientali (sorgenti, microclimi) siano state occasione di ricchezza e cultura. L’unico esempio di agrumi in tutta la fascia Adriatica. Una testimonianza di una questione, dei paesaggi agrari e del loro rapporto con le identità culturali delle società locali, che riguarda tutte le regioni mediterranee.

Le testimonianze di viaggiatori
Poeti, illustri viaggiatori francesi, tedeschi, sono rimasti colpiti dai rilevanti momenti economici e paesaggistici di questa piccola superficie produttiva che ha rappresentato «quanto di meglio possa desiderarsi in fatto di arboricoltura intensiva, veramente progredita».
“Dov’è in tutta Europa un’altra regione che offre contrasti stupefacenti… in cui i giardini d’agrumi si rannicchiano ai piedi di una cupa foresta nordica” (Emile BERTAUX, professore Università di Lione, critico d’arte, 1899); “Il Gargano …, la terra delle selve, dei giardini, degli aranceti”. Fra i monti ed il mare in un grande arco, in una dolce conca chiusa ai due lati dagli scogli di Peschici e Rodi, si svolge lungo una spiaggia dolcemente arenosa fra una interminabile sequela di agrumeti, veri giardini d’incanto (A. BELTRAMELLI, letterato, 1906);
“Gli aranceti e i limoneti riempiono tutte le vallate e vestono ogni dosso di quella costiera, dove affiorano a nutrirli molte polle d’acqua” (Riccardo BACCHELLI, 1929).
“Esiste una meravigliosa terra… ha il sorriso della terra di Sorrento e pei declivi stormiscono gli aranceti bruni, dai numerosi globi d’oro… E’ una terra leggiadra, è una delle più fulgide del serto di bellezze italiche” (E. SERAO, giornalista del Mattino di Napoli, 1912).
“Il Promontorio di Roto (Rodi) che è grande e dilettosa altura sulla costa italica, tutta coperta da una selva di aranci e limoni” (G.D’ANNUNZIO 1912).
“Entro breve spazio si alterna la fragranza dei fiori di zagara ed il verde argenteo degli ulivi alla maestosa e cupa solennità delle alpestri faggete” (L. FENAROLI, 1966, autorevole botanico italiano).

Le più antiche testimonianze storiche
Gia nell’anno Mille gli agrumi nel Gargano sono una realtà. Documenti citano che nel 1003 Melo, principe di Bari, incontrandosi con alcuni pellegrini normanni nell'atrio della Basilica dell'Arcangelo sul Gargano, li invogliava alla conquista delle Puglie. E, per dar loro prova della ricchezza e della feracità di quei luoghi, spedì in Normandia una scelta quantità di frutti, tra cui i "pomi citrini" del Gargano, corrispondenti al melangolo (arancio amaro), il quale fino al 1500 era il tipo di agrume che si coltivava in Europa.
Sul finire del Seicento, secondo la preziosa testimonianza di un frate, Filippo BERNARDI, in un Gargano avvolto in una coltre d’oblio, si distinguono, Vico, Rodi pieni “agrumi, che rende i paesani ricchi per il continuo traffico che vi fanno i Veneziani e gli Schiavoni i quali vengono a caricar vini, arance, limoni...;.a Rodi si può dire che vi sia una tirata di giardini per la qualità di aranci e limoni che vi sono piante così sterminate che sembrano anzi querce che agrumi”.

L’agrume e la religiosità locale
San Valentino, è eletto a Santo protettore degli agrumeti, per proteggerli dalle gelate, temute come le carestie. Bastava la gelata di una notte per mettere “in ginocchio” giardinieri e famiglie. E così sin dal 1700 ogni anno a febbraio una lunga processione, in prima fila i giardinieri di Vico, Rodi ed Ischitella, culmina sul colle del Carmine, per benedire piante e frutti di aranci e limoni. Nel 1610, una gelata mette in seria crisi l’Università di Vico che ha gravi difficoltà nei pagamenti fiscali alla Regia Corte.

Gli agrumi identità di paesi
Gli agrumeti del Gargano rappresentano qualcosa di più di semplici superfici frutticole, sono l’identità culturale ed ancora economica di alcuni paesi (complessivamente 20 mila abitanti dei 100 mila del Gargano). Rodi è ancora il paese dei limoni, Vico, Ischitella, i paesi delle arance.

Le sorgenti, la premessa per l’affermazione degli agrumi
La coltura si sviluppa in pratica “attorno” a quello che può definirsi come l’unico rivo perenne del Gargano, il Vallone Asciatizzo, (in letteratura Vallone di Vico) perché alimentato da numerose sorgenti che si sviluppano lungo il suo tracciato. Il torrente nasce all’altezza di Vico del Gargano (m. 520, Coppa della Guardia) e si sviluppa per circa sei chilometri, sfociando in mare Adriatico nel tratto di territorio del Comune di Rodi Garganico.

Le sorgenti patrimonio della collettività
Sul finire del 1800 le sorgenti ottennero il riconoscimento di “acque pubbliche”; le acque del comune di Vico del Gargano furono dichiarate tali dalla Corte d’Appello del Tribunale di Trani il 23 giugno 1893. Ma già nel 1818 il Comune di Vico del Gargano, aveva adottato un regolamento che disciplinava l’uso delle acque a fini irrigui. Nel regolamento, si riconosce ai giardini il valore di risorsa collettiva, perché “coi loro prodotti - si legge – formano il massimo sostegno degli abitanti”.

L’agrumeto una scacchiera di biodiversità
Una barriera continua di frangivento vivi lungo il perimetro e “tramezzi” intercalari, a protezione degli agrumeti. Per realizzare economie e soprattutto per non arrecare danni alle piante vicine (ombrosità, sottrazione di terreno) il tramezzo era frequentemente il canneto (con canne secche). L’agrumeto veniva così a svolgersi in “quadri”, ognuno distinto, spesso per capacità produttiva, livelli di qualità del prodotto e di specie: tramezzi di aranci, limoni e a volte anche di cedri. E’ facile immaginare il disegno: una scacchiera di agrumeti verde lucente e di linee verde cupo (i frangivento di leccio). I tramezzi erano fatti anche con alberate di nespolo, i cui frutti, arricchivano le pregiate esportazioni d’arance. In tutta la contrada di Canneto, i frangivento di nespolo hanno reso il paesaggio morfologicamente caratteristico: trasversalmente alla valle (perpendicolarmente alla direzione dei venti) si alternano grandi muraglie di leccio con tramezzi regolari di nespolo (quest’ultimo si nota particolarmente, spesso svettante, negli agrumeti). In realtà attorno all’agrume si realizza il “regno della diversità agraria”: ai margini dei quadri, spesso piccoli ficheti, ove uno spazio si rendeva libero, era l’angolo ideale per ciliegi, meli, peri, cotogni, melograni, fichi d’India, noci; una “caterva di fruttiferi”, rappresentativa di quasi tutto il patrimonio di specie agrarie, del quale si è caratterizzata l’agricoltura del Mediterraneo e non solo. Per ogni specie poi, un indefinibile e mai precisato mosaico di varietà. Qui, proprio tra gli agrumeti, si realizza quell’estrema diversità vegetale che costituisce la peculiarità del paesaggio agrario garganico.

Attorno all’agrume una comunità rurale
Con il graduale affermarsi dell'attività agrumicola le stesse zone si arricchiscono di case coloniche, ville rustiche, strade e, con il successivo insediamento d’intere famiglie contadine, si costruiscono chiese e scuole. In diverse contrade si affermano nel tempo stabili comunità rurali fatte di coloni e mezzadri; nella sola comunità di Canneto l'ISTAT ha censito fino al 1951, 500 famiglie. E' un’autentica eccezionalità dei contesti rurali dell’Italia Meridionale, nei quali si vive storicamente nei centri abitati, poiché la campagna è un arido luogo di lavoro da cui scappare.

Gli agrumi, un binomio di salute e alimentazione
Per gli agrumeti, nel Gargano si vive in campagna, perché aranci e limoni creano un ambiente ameno, tutt’intorno, l’aria è malsana: è malaria per il diffuso paludismo che investe i territori di Vieste, Peschici, Cagnano, Sannicandro (le statistiche dell’epoca assegnano al Gargano i più alti tassi di mortalità per malaria).
Aranci e limoni sono per questi paesi “cibo ordinario” - scriverà Serafino Gatti nella nota Statistica murattiana (1811) – sì fa un consumo notabilissimo, sì perché è un prodotto abbondante … e sì perché molte famiglie vivono tutto l’anno nei giardini d’agrumi. Il subacido degli aranci ha grande influenza sulla sanità perché corregge mirabilmente il putrido”.
Intorno al 1960, quando la scienza medica inizia a confrontarsi sistematicamente con le formazioni tumorali, trova nell’alimentazione (i prodotti dell’agricoltura industriale) le cause principali di questa malattia; negli ospedali milanesi inizia una sperimentazione mirata per verificare quanto cioè una sana alimentazione fosse decisiva per prevenire i tumori. Per ciò che riguardava la frutta furono scelti gli agrumi del Gargano, per la loro genuinità, per la qualità ambientale del contesto e, soprattutto per l’alto contenuto in vitamina C che gli stessi presentavano rispetto a tutte le altre regioni agrumicole italiane.
Particolarità, d’altronde, non ignota ai garganici: secondo le statistiche mediche del secolo scorso, durante il colera del 1866 con l’uso dei limoni fu possibile risparmiare molte migliaia di vite umane.

La produzione agrumaria
La più antica testimonianza di dati produttivi possiamo dedurla dalla nota Statistica del Reame di Napoli di G. RICCHIONI (1811) il quale (“il prodotto degli agrumi… era il tesoro di questi paesi) stima in 100 mila ducati il valore della produzione agrumaria garganica; considerando un prezzo medio di L. 5 ducati/migliaio dovrebbe trattarsi di circa 20 mila migliaia di frutti, corrispondenti a circa 30 mila quintali. Sempre dal RICCHIONI è dato sapere che oltre la metà (il 60 %) di questa produzione era destinata all’esportazione (fuori dai confini del Regno); il 20 era consumata nel Gargano e l’altro 20% esportata nel Regno.
Un altro dato produttivo lo abbiamo, diversi anni dopo, da un’altra famosa statistica e precisamente dalla nota inchiesta IACINI (Atti inchiesta Agraria, relazione dell’On. ANGELONI, 1884) nella quale si rileva la particolare ricchezza di alcuni paesi garganici per la “florida industria agrumaria da cui si producono quasi 100 milioni di frutti”;

Le rese unitarie e le risposte economiche
1850 – 1900 – cinquant’anni di sorprendente successo economico: al terzo posto per la produzione di agrumi in Italia, al primo posto per le rese ed i profitti unitari.
Ogni albero fruttava 206 lire, il costo di una giornata di 206 braccianti. Fonti storiche documentano che in un agrumeto vi era un vero e proprio gigante che nel 1875 aveva “scaricato” 8 mila frutti, cioè “235 lire di rendita, corrispondente ad un capitale di L. 1275, al 5%”.
Ogni 1000 lire di capitale investito per ettaro fruttava oltre 4000 lire (un impiegato non superava le 400 lire annue).

Le varietà coltivate autentiche tipicità
La secolare opera di selezione del giardiniere garganico ha dato origine ad un tipo del Biondo Comune.
E’ sicuramente un tipo stabilizzato, un vero ecotipo, potremmo dire un Biondo Comune del Gargano ormai, per la sua epoca di maturazione che cade tra fine aprile inizio maggio. Un tipo che si conserva succoso ed integro sull’albero fino al mese di settembre, quasi come un limone, nello stesso momento insieme a fiori prima e nuovi frutti poi.
E’ un autentica varietà garganica, quella che ormai è entrato in letteratura (Trattato di Agrumicoltura) come Duretta del Gargano, volg.“Arancia tosta.

Gli Agrumi un prodotto d’esportazione
Pregiate partite partono annualmente dall'isolato Gargano verso mercati internazionali: già nel 1884 era attiva una prima rete commerciale con il continente americano (Canada, Stati Uniti) che assorbiva quasi tutta la produzione agrumaria. Le rade di San Menaio e Rodi Garganico diventano due nodi marittimi della Regia Compagnia di Navigazione; secondo i dati di quest’ultima dalla sola Rodi s’imbarcano annualmente, nel periodo 1895-1920, 11 mila tonnellate d’agrumi. Spesso la Compagnia di Navigazione, non garantiva un approdo fisso, creando seri problemi: a San Menaio si costruisce una rada e con dei barconi gli agrumi erano portati a Manfredonia, con la ferrovia a Napoli e di qui in America. Da Rodi, invece rimane aperto il traffico per Trieste e la Dalmazia.

I riconoscimenti
Nei mercati più importanti del mondo gli agrumi del Gargano saranno apprezzati con riconoscimenti d’alto valore. La ditta Ciampa è premiata con il massimo premio, alla Fiera Mondiale di Chicago (1893). La Ditta De Felice otterrà medaglie e riconoscimenti a Parigi, (1889), Edimburgo (1890), New Jork (1892). Considerando un valore di produzione medio di circa 60 mila migliaia di frutti destinati all’esportazione ed un prezzo di L. 150/migliaio il conto è presto fatto: 9 milioni di Lire; attualizzati rappresenterebbero oltre il 30 % del PIL Gargano da una superficie agricola di appena 7-800 ettari.

Una forte capacità di sopravvivenza
Il piccolo centro agrumicolo del Gargano, pur nella crisi generale del settore, sopravvive fino agli anni '50/60 di questo secolo, quando con le forti migrazioni nelle aree del nord Italia, inizia il graduale spopolamento delle campagne del Gargano e delle zone interne della penisola.
Pur nella crisi strutturale del settore, con un prodotto “venduto all’albero” ad un prezzo poco rispondente alle reali pregi organolettici (500 L/ql per arance, 600/700 L. /ql limoni) gli agrumi del Gargano significano ancora un Prodotto Lordo Vendibile stimabile intorno ai 6 miliardi di Lire.
 


SECONDA PARTE: Le potenzialità

Una mirata e specifica azione di recupero dell’Oasi agrumaria del Parco risponderebbe perfettamente a quelli che sono i principi odierni dello sviluppo e cioè:
• salvaguardia dell’ecosistema (ambiente non più come vincolo ma come risorsa)
• valorizzazione delle permanenze territoriali (paesaggi culturali)
• valorizzazione delle culture locali (tradizioni, saperi, tecniche, ecc.)Da aree marginali a paesaggi culturali
L’Oasi agrumaria del parco è un autentico, unico, “paesaggio culturale”, in quanto espressione di massima integrazione tra le attività umane e le dinamiche naturali. In esso agiscono elementi di naturalità, di qualità scenica, che continuano ad esercitare forte attrazione dei cittadini. Nonostante il degrado paesaggistico, continua ad essere, come è sempre stato, luogo ideale per la “scampagnata”, per la ricreazione, per la riscoperta di valori, sapori, odori. Il Gargano conosce il fenomeno “turismo” grazie alla qualità ambientale, peculiare, che esprime l’Oasi. Qui sorgono le prime ville rustiche, risalenti alla fine dell’Ottocento. Qui nascerà poi il primo nucleo pugliese di turismo balneare.
La qualità scenica, ambientale è alquanto suggestiva. Anche per motivare la necessità di una Ferrovia per il Gargano (lunga battaglia politica) sono sempre citati gli agrumi: “Il viandante che all’annuncio della primavera… sbocchi tra il dolce versante rodiano, alla vista di quella selva di piante d’aranci e limoni, prova lo stesso senso di abbacinamento da cui lo scavatore nordico dovette essere colpito all’apparizione improvvisa dei mantelli d’oro distesi sul fondo delle tombe micenee” (1908, Ferrovia del Gargano).
Oggi, l’Oasi agrumaria esprime nuovi valori culturali. E’ qualcosa di complesso, ma è un segno di una vera e propria svolta che sta investendo ogni sfera del sapere umano, dalla politica alla stessa scienza (biologiche, naturalistiche). La conoscenza delle dinamiche naturali, biologiche, passa necessariamente attraverso lo studio delle campagne come quelle dell’Oasi: ogni studioso della natura (biologi, zoologi, botanici, ornitologi), riconosce ad essa, (i muretti a secco, l’interminabile rete di siepi, frangivento), un assetto strategico del territorio che ha permesso la conservazione di tante specie di animali. Ogni sfera della conoscenza ambientale riconosce a queste realtà lo straordinario ruolo di serbatoi di ciò che in questi ultimi anni stiamo comprendendo come Biodiversità. E’ sempre più chiara poi la funzione di naturali banche genetiche di un imprecisabile patrimonio di antiche specie e varietà agricole: un recente ricerca promossa dall’Ente Parco Nazionale del Gargano ha dato per questo promontorio una diversità di 66 vitigni diversi e di 193 tipi di frutti (dai 15 tipi di mandorle ai 40 tipi di pere diverse) il 70% dei quali si concentra nell’Oasi agrumaria; queste banche naturali di geni servono anche per la moderna agricoltura. Non sono papaveri, margherite, che continuano a riprodursi da soli, ma ogni vecchia varietà di frutti, è il prodotto del contadino (non del genetista) che attraverso i secoli le ha selezionate, migliorate, le ha fatte diventare precise identità biologiche ma sempre e comunque a lui legate e pertanto si estingueranno appena smetterà di coltivarle

Pur nella complessità si fanno sempre più chiari almeno gli indirizzi e cioè che la tutela deve passare necessariamente attraverso la gestione dei processi. Questi processi sono le dinamiche delle realtà rurali tradizionali che hanno strutturato precisi ecotopi (i quadri di agrumi) e con i quali si è realizzata quella diversità che vogliamo conservare. Una biodiversità che interessa lo storico, il sociologo, il naturalista, il cittadino, il consumatore. Questi paesaggi sono capitali attraverso i quali si può vincere la sfida del globale, delle nuove forme di agricoltura, di sicure e promettenti nuove economie.

Le funzioni, ambientali (o meglio di servizio), sono, tra l’altro, quelle maggiormente richieste dalla società civile e quindi operare nei paesaggi culturali è una sfida continua per gli uomini di scienza, i professionisti e gli amministratori. E’ una sfida vera, perché con i paesaggi culturali si misura tutta la politica ambientale e territoriale dell’Italia.

Le potenzialità di un paesaggio
Il paesaggio agrumario del Gargano, è un paesaggio di eccezionale valenza che ha tutti i requisiti per inserirsi nella Lista dei Paesaggi Europei (lista che poi entrerà a far parte di una Lista Mondiale). La sua peculiare funzione ambientale, sociale, i suoi peculiari prodotti (cultura, tradizione, prodotti tipici) sono gli ingredienti sufficienti per istituzionalizzare un Paesaggio DOC, un paesaggio con un marchio, che è l’obbiettivo della Convenzione Europea del Paesaggio. La cosiddetta Denominazione Paesaggistica, può essere la strategia vincente per tutelare e valorizzare il Paesaggio Agrumario del Parco Nazionale del Gargano.

  

Nello Biscotti, dottore agronomo

biscotti@aliceposta.it